di Chantal Lengua
"Queste oscure materie": titolo della trilogia di libri di Philip Pullman, forse più conosciuta con il nome del primo, "La bussola d'oro".
Se si parla di meditazione non si può che partire da qui, da queste oscure materie, che costituiscono il motore di ogni nostro comportamento e pensiero: ignoranza, avversione, attaccamento. Riferendosi al Buddhismo come insieme di principi e metodologie che dal 500 a.C. hanno studiato la mente, l'ignoranza è intesa come la madre degli altri due.
Ignoranza di cosa? Ignoranza della propria vera condizione.
Chi sono io?
Per rispondere, spiritualisti e idealisti riportano all'anima, materialisti e riduzionisti alla materia. Ma se da una parte non possiamo individuare o descrivere l'anima con certezza (dov'è? Nel cuore? Nel centro del corpo? Da dove viene?), d'altra parte non troviamo nessun luogo nella materia che contenga noi, la nostra identità. Non siamo il nostro cervello in quanto esso è soltanto un organo (siamo il cervello e quindi non lo stomaco?) né siamo la mente, come erroneamente spesso crediamo.
La mente non è che un insieme di funzioni specifiche (pensiero, intuizione, ragione, memoria, volontà) così come lo è lo stomaco per altre (digestione, assorbimento, trasformazione dei nutrienti...). È un ottimo tool che può essere governato e più spesso ci governa, come nel caso di dipendenze, abitudini radicate, reazioni impulsive o pensieri ossessivi.
Noi, infatti, non possiamo controllare la mente, così come non possiamo controllare il corpo. Non possiamo farci crescere i capelli così come non possiamo evocare un’intuizione, richiamare un ricordo dimenticato, o fermare il flusso incessante dei pensieri: possiamo solo osservare, accogliere e lasciare che accadano.
“Ora rilassati e non pensare assolutamente a un elefante, mai, per una settimana”.
Cosa visualizzi? Un elefante. Centinaia di elefanti.
Chiunque abbia provato a meditare anche solo per poco sa cosa significhi focalizzarsi sul respiro e ritrovarsi una miriade di pensieri che saltano qua e là, senza sosta: la nostra è una mente-scimmia, che Thich Nhat Hanh diceva saltare “da un ramo all’altro, sempre in movimento, mai ferma”.
C’è però un’altra parte di noi, qualcosa di profondo e stabile, che non cambia con il passaggio di un pensiero o di un’emozione. È quella parte a osservare, notare e percepire pensieri, ricordi, emozioni, ragionamenti.
Quando diciamo ‘io penso’ o ‘io sento’, quell'‘io’ non è il pensiero o l’emozione stessa, ma quello che li osserva, che li vive e ne ha consapevolezza. Questo ‘io’ è una presenza costante per tutta la durata della nostra vita.
Possiamo pensare alla consapevolezza come a un cielo azzurro e vasto, mentre pensieri, emozioni e percezioni sono come nuvole che vi passano sopra, che siano chiare o scure.
Questa prima realizzazione non è che una soglia: la scoperta che ciò che consideriamo “io” non si trova nei nostri pensieri, nelle nostre emozioni, nel nostro corpo... né nella loro somma.
Quindi, se non siamo tutto questo… chi o cosa siamo?
La risposta non può essere data ma solo indicata, e il non saperla origina le altre due "oscure materie": attaccamento e avversione. Un vuoto incolmabile, una insoddisfazione pervasiva, la necessità di desiderare il piacevole ed evitare lo spiacevole.
Nel non sapere chi siamo, ci disperdiamo nel mondo circostante, inseguendo esperienze che promettono completezza e soddisfazione — ma che sono effimere, destinate a cambiare e svanire. Se siamo felici, sappiamo che prima o poi quella felicità finirà ("la sofferenza del cambiamento", vipariṇāma dukkha in lingua pāli); se siamo tristi, vorremmo semplicemente non esserlo ("la sofferenza della sofferenza", dukkha dukkha).
La meditazione serve a realizzare tutto questo nella vita quotidiana, e non ha nulla a che vedere con il pessimismo. Al contrario, ci mostra che la sofferenza non è la condizione originaria dell’essere umano. In particolare:
Sofferenza = Esperienza presente + Reazione dei nostri schemi mentali
Non c’è bisogno di cambiare la realtà davanti a noi: ciò che va modificato sono gli schemi mentali — pregiudizi, preconcetti, paure, automatismi ereditati, abitudini emotive, reazioni istintive, narrazioni interiori obsolete, ruoli che crediamo di dover interpretare, aspettative assorbite senza sceglierle.
Perché siamo tristi l’ultimo giorno di vacanza? È identico al primo: il sole sorge, il sole tramonta, facciamo cose, vediamo persone. Ma la nostra malinconia, l’ansia del ritorno, la proiezione di vederci in ufficio “oscura” ciò che viviamo. Se riuscissimo a gustarlo in modo totalmente presente, saremo liberi dal tremendo peso delle nostre proliferazioni mentali.
La mente vaga nel passato e nel futuro, pescando pensieri dolorosi o potenziali minacce: è naturale, è l'evoluzione, che ci ha modellati per anticipare il pericolo prima di incontrarlo.
Ma oggi non ascoltatela così. O meglio: ascoltate le sue parole senza respingerle, poi mettetele da parte. Come un cane che vi porta palline su palline: “Grazie, questa ora non mi serve. La metto qui. La accolgo e la lascio andare. Anche questa, grazie. Anche questa”. A un certo punto rallenterà. E voi vivrete sempre più nel presente, sempre più liberi.
È allora che accadono i “miracoli”: intuizioni, serenità, calma, coincidenze… sono solo l’inizio.
La fine? Realizzare chi si è veramente. E questo va al di là di ogni concettualizzazione. Perché finché cerchiamo risposte, restiamo nella mente. Quando impariamo a vedere, siamo già liberi. Le nuvole si diradano e realizziamo che non “creano” il cielo: lo rivelano.